Copyright e Mercato discografico: un cambio di rotta necessario.
Per chi come me è un amante dei CD musicali, con le loro belle copertine da collezione e dei fantasiosi libretti con i testi originali, è interessante analizzare la crisi in cui da alcuni anni è piombato il mercato discografico.
Molte Majors sono state assorbite da altre più importanti, edunque sono diventate sempre meno e sempre più grandi, incrementando un apparente oligopolio per la spartizione del mercato. Eppure, nonostante questo apparente potere, gli indici del mercato discografico a partire dal 2000 sono pesantemente negativi.
Molto probabilmente, ed è anche ciò che affermano le Majors, questo drastico calo è dovuto alla diffusione prepotente di internet tra le famiglie, ed in particolare dei sistemi P2P, i quali consentono di scaricare file musicali gratuitamente condivisi; questo fatto sarebbe stato anche determinante nell’aumento dei prezzi dei dischi.
In termini economici siamo molto vicini al cosiddetto problema del “free-rider“, in quanto la maggior parte degli individui è tentata a non pagare il prezzo del bene in questione, vista la facilità di procurarselo gratuitamente, scaricandone dunque il costo sul resto della collettività onesta. In poche parole, il classico viaggio in bus senza biglietto.
La mia proposta parte dal presupposto (non troppo infondato, direi) che la pirateria è un fenomeno che non può essere sconfitto se non con gravi costi sociali. A tal proposito un’idea innovativa potrebbe prendere piede da una revisione generale del sistema del copyright, che fin’ora non è mai stata presa in considerazione, e della distribuzione al pubblico della musica e dei dischi musicali. Si può agire in tre direzioni.
Sarebbe interessante una spinta del file sharing della musica digitale, che a mio parere dovrebbe arrivare direttamente dagli artisti: se i file di musica digitale fossero scaricabili gratuitamente da canali web ufficiali (delle Majors, da siti internet di aggregazione più generali, o meglio se direttamente degli artisti), ciò porterebbe a scegliere quei canali piuttosto quelli illegali. L’autorizzazione sarebbe valida solo per l’uso personale dei file scaricati, precludendo ovviamente qualsiasi uso commerciale o derivato degli stessi, che dunque resterebbero comunque coperti dal copyright, ma senza che questo riceva un compenso diretto dai consumatori. I mancati introiti del copyright potrebbero essere in parte compensati da accordi pubblicitari, e da contratti tra le Majors e i canali di distribuzione che si giovano del traffico degli utenti che vogliono scaricare la musica legalmente.
Assieme, sarebbe necessaria una politica aggressiva per rivitalizzare il mercato discografico con soluzioni innovative. Una mirata e fortemente mediatica campagna di marketing può accrescere il prestigio del possesso di un CD originale, puntando sulla qualità del prodotto, ed utilizzando stratagemmi come la collezione, la distribuzione di sconti su acquisti successivi o di vantaggi in seguito all’acquisto di un certo numero di dischi, oppure, attraverso accordi diretti con gli artisti, di buoni e facilitazioni per gli accessi ai concerti o a servizi quali il merchandising.
Si può rivedere tutto il sistema di distribuzione, il quale pesa per circa il 45% sul prezzo dei dischi, potenziando anche qui i servizi on-line: i pochi canali oggi utilizzati già oggi riescono ad offrire CD a prezzi più vantaggiosi rispetto al negozio.
Per quanto riguarda la politica economica, trovo assurda la strada che punta all’incremento della tassazione ad esempio dei CD vergini, in quanto non colpisce solo i pirati ma tutti i consumatori. In questo caso sarebbe opportuno ad esempio agire sulla leva dell’IVA, la quale è ancora al 20% in tutta Europa, mentre si potrebbe considerare anche la produzione artistico-musicale al pari di giornali e libri, applicando dunque un’aliquota al 4%.
Un sacrificio del guadagno unitario dei Dischi potrebbe compensare le perdite che questi mercati subiscono da anni, e magari rilanciarne le potenzialità.
2.052 anni senza un erede.
Il 7 dicembre del 43 a.C., a Formiae, Marco Tullio Cicerone lasciava questo mondo assieme ad un vuoto incolmabile. L’ideale politico della concordia ordinum, la concordia diffusa di tutte le classi sociali e di tutti i cittadini onesti, sembra ad oggi un miraggio, un altra assurda possibilità utopica del sistema. Cicerone esaltò questo suo credo in particolare nella sua quarta orazione contro Catilina, nel momento in cui tutti si trovavano d’accordo di fronte alla possibile fine dello Stato. Cicerone sperava, però, che questa sua convinzione potesse durare anche dopo.
In verità, la logica utilitaristica che muove l’uomo, e la società che da esso deriva, non può permettere che questo avvenga.
Uomo politico e geniale avvocato, Cicerone rimane il faro che guida la scuola degli oratori di tutti i tempi (con sommo dispiacere per Socrate, per il quale se non fosse stato condannato forse avrei un’idea diversa, anche se comunque era riuscito a convincere della sua innocenza quasi metà platea).
L’eloquenza che si riscontra oggi farebbe piangere e vergognarsi qualsiasi epigono di Cicerone. Io non dico di esserne un epigono (sarebbe azzardato a 2.052 anni di distanza
), però di esserne un sensibile ammiratore, quello si. La politica, l’informazione, il culto della verità oggi sono allo sbando. Assistiamo a un susseguirsi di uomini che espongono il loro punto di vista pretendendo che questo sia preso come verità assoluta. Ciascuno porta con sé il lume dell’onniscenza, la presunzione che il proprio sia IL Verbo che nessuno potrà mai smentire e che tutti dovrebbero seguire senza fiatare.
Giuseppe Toniolo diceva, distinguendo tra tesi ed ipotesi, che le prime hanno «il semplice valore di concessioni formali da parte di chi vuol indurre altri all’accettazione» delle seconde, essendo queste le «linee di ripiegamento di chi è costretto a constatare l’inattualità delle tesi». Dunque egli sottolinea, in linguaggio “elegante”, come certa gente farebbe meglio a starsene zitta. Purtroppo, invece, la gente è sempre pronta ad aprir bocca, ed a portare ciascuno la sua verità assoluta. Più verità assolute sono allora tante verità relative. Di fronte a questo sapere, che tende all’olismo, cosa fare? I più sono tentati a portare il proprio punto di vista, contribuendo in questo modo all’aumento spropositato della quantità di caz*ate immesse nel sistema.
Io suggerisco una pratica e semplice virtuosa astensione (no, non si tratta della «virtuosa astensione» che proponeva Malthus, non sia mai!), così da poter osservare dall’esterno questa mirabile e caotica armonia, e farsi un idea, tra le troppe verità relative, di quale sia la migliore.
Anticristo
«In quel viso devastato dall’odio, ho visto per la prima volta il ritratto dell’Anticristo, che non viene dalla tribù di Giuda come vogliono i suoi annunciatori, né da un paese lontano. L’Anticristo può nascere dalla stessa pietà, all’eccessivo amor di Dio o della verità, come l’eretico nasce dal santo e l’indemoniato dal veggente. Temi, Adso, i profeti e coloro disposti a morire per la verità, ché di solito fan morire moltissimo con loro, spesso prima di loro, talvolta al posto loro. Jorge ha compiuto un’opera diabolica perché amava in modo così lubrico la sua verità da osare tutto pur di distruggere la menzogna. [...] Forse il compito di chi ama gli uomini e di far ridere della verità, fare ridere la verità, perché l’unica verità è imparare a liberarci dalla passione insana per la verità.»
[tratto da "Il nome della rosa", Settimo giorno, Notte II, di Umberto Eco]
E se l’eccesso di zelo conservatore ci porta al più estremo degli estremismi?
Quando l’odio è il motore della società, dove siamo destinati a finire?
La Perdita Entropica del Byte.
Una delle stranezze dell’informatica in generale su cui mi sono spesso soffermato riguarda quello strano fenomeno che interessa tutte le nostre memorie di archiviazione di massa. La faccenda si può riassumere in questi termini: il mio Hard Disk dovrebbe (e su questo verbo si dovrebbe apporre una ulteriore trattazione, che ora non prendiamo in esame) possedere una capienza, a pieno regime, di supponiamo 100 GigaByte, che chiamiamo X. Ora, il problema si presta accedendo alle informazioni riguardanti l’Hard Disk in questione, in quanto il computer mi rileva una capacità di archiviazione di X – k, dove k è una variabile apparentemente casuale.
Quindi, se il mio Hard Disk, o qualsiasi altro supporto di archiviazione di massa, dovrebbe avere 100 GigaByte, perché in realtà ne ha solo 89?
Il problema si pone anche sotto un altra angolazione: un GigaByte è composto, come noto, da 1024 MegaByte. Gia parlando di 100 GigaByte, dunque, con una semplice operazione dovremmo avere:
100 x 1024 MegaByte = 102400 MegaByte = 102,4 GigaByte
Si nota anche qui, con una semplice dimostrazione, che già la dicitura “100 GigaByte” comporta in realtà una perdita netta di 2,4 GigaByte, dei quali non si fa proprio menzione.
La questione ora entra nel vivo: dove finiscono questi GigaByte magicamente persi, o meglio occultati al nostro Generic User, il quale crede di averne 100, mentre il computer ne fornisce 89, dovendone in realtà fornire 102,4? La perdita netta ammonta in questo caso a 13,4 GigaByte.
La penna Usb con 245 Mega effettivi anzichè 256, l’Hard Disk che ad ogni formattazione perde un Giga di capienza, l’XBOX 360 che già all’inizio ha circa 9 Giga in meno sui 20 di capienza previsti ne sono esempi evidenti.
Quale può essere la spiegazione di questa perdita costante di GygaByte dalle nostre memorie?
Penso a questo punto che negli Hard Disk (come nei cervelli degli uomini, secondo Hegel) vi siano insite delle idee primordiali, delle istruzioni e dei comandi di cui l’Hard Disk avrebbe bisogno, e che vengono estratti a poco a poco con la dura esperienza (formattazione).
Si suppone però che il 90% di questi Byte primordiali sono costituiti da avvisi e casistiche di errore, di tutte le tipologie, in quanto data la vasta gamma di complicazioni, spesso futili, a cui un computer può andare incontro, pare logico che la prima cosa che si debba prevedere a monte sia il tipo di errore a cui l’utente può andare incontro, in modo da potervi in seguito porre rimedio.
La maggior parte degli errori però è grave, e spesso porta al collasso del sistema. Ora, dato che uno dei metodi preferiti dal Generic User per ristabilire il sistema è la formattazione del disco, questo processo, come sopra detto, porta ad aumentare le casistiche di errori insiti nella memoria del computer, innescando così un pericoloso circolo vizioso.
Questo fenomeno prende il nome di Perdita Entropica del Byte, ed è una legge della natura, vera quanto il secondo principio della termodinamica o la legge della fetta biscottata che cade sempre dal lato imburrato.
Metal e Marketing
Una delle cose che hanno sempre attratto la mia curiosità, da attento follower della musica alternativa, Rock ed in particolare Metal quale sono, riguarda la a dir poco strana proliferazione di generi musicali che si è riscontrata negli ultimi anni.
Mi spiego. Un tempo vi era solo il Rock, anch’esso in seguito declinato in alcune sue forme, quali ad esempio il famoso Hard Rock per intenderci, ma anche diverse altre cose per cui non perdo tempo a citare. Molti, tra i quali il sottoscritto, associano alla radice Rock la nascita del Metal, con tutte le derivazioni e differenze che esso comporta nei confronti del genitore.
Un tempo, dunque, vi era anche e solo il Metal, separatosi dal Rock come la costola di Zeus. In seguito, però, molti hanno pensato di ripetere l’esperimento riuscito, creando declinazioni e declinazioni, sempre più sfumate ed impercettibili, di questo genere.
Il Metal si è dunque trasformato in un grande contenitore di tanti sotto-generi. Ma se inizialmente la distinzione in alcune grandi categorie di generi era plausibile, ed io l’accetto ancora, generi quali l’Heavy, il Trash, il Progressive, l’Epic e il Power Metal, in seguito ho assistito al proliferare di generi la cui denominazione mi sembrava quasi ridicola, per usare un eufemismo.
Per riassumere il fenomeno, prendo a prestito una frase del grande Fat Ed, tratta dalla Fat Ed’s Furry Fucking Guide to Metal: «Il Metal si esprime in varie forme: 1. Industrial Metal, 2. Scandinavian Nu Metal, 3. Vegetarian Progressive Grindcore, 4. Black Metal, 5. Superblack Metal, e il 6. Lounge…». Ora, converrete con me, e con il Fat Ed, che il nome con cui certi gruppi coniano la loro declinazione di Metal possa, diciamo “alle volte”, sconfinare nell’assurdo.
Nel cercare di darmi una spiegazione di questo fatto, mi è venuta in mente una particolare strategia di Marketing. Premesso che questa disciplina economica è fortemente basata sull’ignoranza del consumatore a cui è rivolta (esempio classico è il messaggio di fede della Chiesa, sommo capolavoro del Marketing), potrebbe sembrare che un gruppo emergente, coniata una declinazione di Metal prima inesistente, ed ovviamente infarcitone il nome di quanti più aggettivi suggestivi possibili del tipo Devastant Vicious Extremely Metaphysic Metal, possa suscitare un minimo di interesse nell’ascoltatore che non è a conoscenza del suddetto genere.
Maneggiare con cura.
Teoria del Gatto economicus
Diceva Adam Smith che «la natura umana ha una certa propensione a trafficare, barattare e scambiare una cosa con un’altra», e che questa propensione «è comune a tutti gli uomini e non si ritrova in nessun’altra razza di animali». Ora, nella mia modesta umiltà di fronte ad un grande maestro quale Smith, fondatore della cosiddetta economica, mi vorrei permettere di trovare un punto debole nella sua “mano invisibile“, ovvero, quell’ormai celebre meccanismo così armonioso ed utopistico che dovrebbe muovere e correggere tutti i mercati internazionali con tale precisione da poterli mantenere sempre in equilibrio.
Vista la crisi che imperversa da ormai più di un anno a questa parte, di certo penserete che la pars destruens del mio discorso non può che riguardare questa famigerata mano. Ma se Beppe Grillo ha pensato bene di descriverla come “la mano che ci mostra il dito medio”, il mio intento quest’oggi consisteva invece nell’argomentazione dell’ultima parte dell’enunciato smithiano, ovvero quello riguardo agli animali.
In particolar modo, con metodo induttivo ed accurate operazioni di osservazione, recentemente il mio pensiero si è soffermato spesso sui gatti. Diceva sempre Smith, infatti, che «quando un animale desidera ottenere qualcosa da un uomo o da un altro animale, non ha altri mezzi di persuasione se non quello di ottenere il favore di chi può rendergli il servizio».
La vita di un comune gatto domestico, o azienda-gatto come la chiameremo, consiste di poche semplici operazioni: recupero del cibo per il proprio nutrimento, riposo delle membra con il sonno, e soprattutto l’accumulo sproporzionato di coccole, generalmente da padroni di genere femminile.
Ora, posti i termini del problema, il quesito sorge spontaneo: cosa fornisce in cambio l’azienda-gatto per ottenere sul mercato domestico le suddette merci, ed in particolare quella più preziosa, ovvero le coccole femminili, merce forse più ambita dagli stessi uomini e che se fosse quotata alla borsa di New York varrebbe più di un’intera oncia d’oro?
Pare che le padrone femminili, infatti, si accontentino spesso degli occhietti dolci che solo il gatto sa loro fornirgli. Una dimostrazione d’affetto, certamente. Peccato che nel freddo mondo della mano invisibile di Smith gli affetti non siano considerati, e tutta la vita si fondi esclusivamente sull’utilità reciproca, in una distaccata logica di egoismo.
Smith, dunque, non aveva previsto che oltre all’homo economicus vi fosse una particolare specie che pratica il baratto e lo scambio per sua pura convenienza, e questo altri non può essere che il gatto economicus. Fortunatamente, però, il gatto possiede una virtù che manca agli uomini, sapendosi accontentare delle operazioni elementari sopra elencate. O forse vi è proprio un gattino dagli occhi dolci, ed una donna a capo di Wall Strett, alla base della crisi economica che stiamo vivendo?
Socio di mala-affari
Vorrei apportare un contributo riguardo il varo dello spazio virtuale del mio caro amico, il Forna, con cui ho condiviso anni di bancariato scolastico, oltre che molte disavventure nel campo informatico e virtuale.
Il link del suo blog è: www.fornasin.net [resterà disponibile sulla mia home].
Non so quale sia la strada del suo lavoro on-line. Certamente le pagine che troverete non fanno parte del MatthewStork.network, anche se certamente vi potranno essere accostate per alcuni temi nonché per diverse attività e folli progetti che abbiamo in mente, e per cui stiamo aspettando il momento propizio per sviluppare
Un grosso augurio da parte mia, affinché anche la sua avventura nel web 2.0 sia propizia.
Matteo.
Il Manager pubblico
«Qualcuno ha visto il segretario imperiale?»
«Eccomi», disse una voce acuta e Narciso emerse dai bui recessi. «È sicuro la fuori?»
«Da pochissimo!», rise Vespasiano. «Questo sì che è stato uno spettacolo».
«Grazie».
«Sono davvero curioso. Esiste un’umiliazione che non subireste per portare avanti la vostra causa?»
«La mia causa? L’umiliazione a cui avete assistito non era per me. L’ho fatto per l’imperatore e per Roma. Un giorno imparerete, Vespasiano», continuò Narciso amaramente. «Un giorno vi accorgerete che l’unica cosa che fa funzionare lo Stato è il numero di burocrati disposti a mangiare merda per continuare a farlo funzionare. Quella è la misura del loro impegno. E il fatto che non vengano mai menzionati dagli storici è la misura del loro successo. Fareste bene a ricordarlo».
Narciso, segretario dell’imperatore Claudio, a Vespasiano, legato della Seconda Legione, l’Augusta.
[tratto da "Sotto l'Aquila di Roma", di Simon Scarrow.]
Quanti amministratori pubblici, di questo stampo, ci sono in Italia?
CapaRulez
Alle volte capita che anche le più noiose e svogliate pulizie, riordini o ricognizioni del proprio materiale antiquato, nell’intento di creare prezioso spazio tra scaffali e cassetti, capiti qualche prezioso ed inaspettato ritrovamento.
Durante l’ultima turnée di ricognizione tra la vecchia argenteria, dunque, è spuntato il “Verità supposte” del Caparezza, del quale non ricordo nemmeno gli estremi d’acquisto, ma il cui primo ascolto subito dubito me ne rinfresca il motivo.
Pillole.
«Dicono che gli arabi scrivono al contrario, Mohammed ha detto che io scrivo al contrario, dunque ogni cosa giusta rivela il suo contrario e se non sei daccordo mi dispiace per te.»
«Calciatori miliardari che rincorrono un pallone, musicisti miliardari che rincorrono il successo, industriali miliardari che rincorrono la gnocca, col superenalotto faccio il botto, mi tocca. Non sono sposato, diciamo che convivo, non sono disoccupato, diciamo che sto studiando, non sono un delinquente, diciamo che mi arrangio, diciamo diciamo diciamo un sacco di cazzate. Non guardare Devilman, diventi violento, non leggere Spiderman, diventi violento, non ascoltare Method Man, diventi violento, figurati cos’è restare un giorno in parlamento.»
«Ma quanti cantanti educati, ste casse! Dite, anche voi come me non pagate le tasse? Ma dai, davvero denunciate le palate di soldoni che fate? Sembrate più buoni di un frate, per le masse. E se fosse, tanto di cappello. Primi della classe, perché manco all’appello? I prof ed il bidello mi credono un pivello, mi legano le mani ma io scrivo con l’uccello! Se parlo di cazzate tutti dicono che bello, se faccio polemica sono carne da macello. Per carità, molto meglio le banalità, parlare d’emozioni, questo è il motto. Prr.»
«Ce l’hai con me perché ti fotto il lavoro, perché ti fotto la macchina o ti fotto la tipa sotto la luna?»
«La verità della tua mentalità è che la fiction sia meglio della vita reale, che invece è imprevedibile e non il frutto di qualcosa già scritto, su un libro che hai già letto tutto. Io vengo dalla luna.»
Non occorre citare oltre, consiglio direttamente il disco. Difficile trovare un altro musicista italiano (forse Elio, anche), che riesca con una tale lucidità e perfezione a denunciare tutto questo.
Fantastico.