Solo quell’economia equa e solidale può crescere.

La principale spiegazione mediatica che è stata data alla crisi globale che ha colpito i mercati finanziari nel 2008 riguarda l’utilizzo indiscriminato dei cosiddetti mutui sub-prime, consistenti prestiti per l’acquisto di una casa concessi indiscriminatamente ad individui che difficilmente saranno in grado di onorarli. Se già questa operazione, nel contesto di una economia sana, può risultare molto discutibile, di contro il sistema finanziario non ha saputo fermarsi a questo punto.

Questi mutui sub-prime, che in ogni caso avrebbero dovuto generare flussi di introiti ad alto rendimento (dato il rischio di insolvenza, il tasso di interesse concesso solitamente cresce), sono stati poi impacchettati ed incorporati in titoli, successivamente svenduti nei vari mercati finanziari del mondo. In questa maniera, il già precario sistema inizialmente concepito si è diffuso come un virus all’interno dei mercati oramai globalizzati, complice le facili euforie che questi assommano nell’attività di speculazione.

Ma lasciando perdere la discutibile logica di funzionamento dei mercati finanziari, spesso lasciati alla sola e fredda sentenza della pura legge della domanda-offerta, ciò che in realtà ha fatto crollare l’intero sistema come un castello di carte è il fondamento etico su cui si deve costruire un’economia che punti a tassi di crescita solidi e sostenibili.

Se un’economia è basata sul profitto come risultato di bassi salari, e conseguentemente di consumi provenienti in larga misura dal debito, questa non può raggiungere un equilibrio stabile e duraturo nel lungo periodo, ma solo una crescita precaria ed altalenante, fortemente soggetta a cicli di espansione e depressione troppo ristretti. Per far crescere il sistema è necessaria la concessione di prestiti anche a coloro che non se li possono permettere, con il solo pretesto di aumentare i consumi e permettere alla macchina di arrancare ancora per qualche metro. Ma tutti i debiti, che siano di persone insolventi o di Stati con i conti pubblici disastrati, prima o poi presenteranno da qualche parte il conto per essere sanati. E per ogni debito non pagato crolla una parte del sistema.

Un’economia che possa dunque crescere deve per forza basarsi sul consumo derivante dal reddito, e non dal debito: buoni livelli di salari e stipendi, supportati dal giusto presupposto di tassazione e redistribuzione da parte dello Stato, che consentano i consumi, ed a catena la giusta evoluzione verso l’alto del sistema. Il principio giusto è quello dell’equità e della solidarietà tra gli operatori economici, perché ciò garantisce una corretta diffusione del benessere tra le varie classi economiche, ed il giusto compenso a ciascuna in proporzione al lavoro ed al rischio, senza che questo sia a discapito delle altre. E questa era una grande lezione già presente in Smith, oggi troppo frettolosamente aizzato a paladino dell’ultra-liberismo.

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Filed under Economia dei Popoli e degli Stati. · Tagged with

Comments

5 Responses to “Solo quell’economia equa e solidale può crescere.”
  1. ilForna scrive:

    la mano invisibile è un po’ troppo fredda e disumana per i nostri gusti, no? ^^’
    io continuo a sperare nella salvezza portata dalle macchine :P

  2. Matteo Cicogna scrive:

    Definisci questa presunta salvezza però :P

  3. ilForna scrive:

    poiché effettivamente è un concetto nebuloso quello di “salvezza portata dalle macchine” che però cito spesso, è giusto definirlo :)
    diciamo che prendo per buono e giusto, quindi condivisibile, quello che ho capito io (scrivo questo perché è focale) della visione di marx del comunismo: saremo liberi quando ognuno di noi potrà fare il lavoro che meglio esprime il suo spirito. cioè non dovremo più dire “mi piacerebbe studiare storia e fare l’archeologo ma così non riuscirei a guadagnarmi la cena. meglio se studio informatica, che un programmatore lo vogliono tutti. mal che vada farò il cuoco” ;)
    bello. ma fin qui irrealizzabile. le mie perplessità sorgono dal fatto che, a mio avviso, esistono lavori che nessuno vuole fare. alcuni esempi:
    - raccogliere capperi
    - raccogliere le immondizie
    - scavare in miniera
    - fare l’impiegato allo sportello reclami
    - l’operaio in acciaieria
    - l’operaio alla fiat
    e via discorrendo, la lista è lunga :)
    eppure abbiamo bisogno di tutto ciò. abbiamo bisogno che qualcuno lavori la terra, che qualcuno estragga le materie prime, che qualcuno le lavori in posti di lavoro ben poco sicuri. purtroppo la necessità di sfamarci e rispondere ai bisogni primari di vario tipo (i quali con l’istruzione e la civiltà aumentano in numero e costo) ci porta ad accettare queste occupazioni, a volte pericolose, a volte alienanti. in ogni caso ci rendono infelici, o almeno insoddisfatti: da bambini nessuno di noi sognava di installare sedili su una grande punto ;)
    è dalla notte dei tempi che conosciamo la soluzione ovvia a questo “problema”: far fare il lavoro a qualcun altro. un’altra persona per esempio. ops, non si può: dobbiamo essere tutti felici contemporaneamente :)
    ma se non è qualcuno, deve essere qualcosa. la strada è questa, non ce ne sono altre: le macchine. non si stancano, non si ammalano, non hanno stress psicologici: hanno solo fame di energia e ogni tanto si rompono per usura, prezzi più che accettabili, decisamente inferiori all’incommensurabile costo di un’umanità, o almeno una parte di essa, infelice. dobbiamo solo renderle più intelligenti e più abili per sostiturici in tutti quei lavori dove un uomo ancora è insostituibile.
    mai più cuochi da mensa ma solo chef. mai più operai alienati ma artigiani e artisti. mai più impegati stressati ma sognatori.
    a noi la creazione, la ricerca, il piacere. a loro la fatica di mantenerci in vita.

    aspetto il tuo smontaggio :)

  4. Matteo Cicogna scrive:

    Fosse così facile :)
    Al di là delle aspettative di progresso, che visto il trend degli ultimi decenni fanno sperare in una mera attesa temporale per i più svariati ed inimmaginabili traguardi, purtroppo per ogni macchina che facilita un lavoro c’è un operaio in meno che lavora. E visto anche il trend demografico della popolazione mondiale, questo problema è molto maggiore.
    Un uomo che non produce reddito è un uomo caricato sul reddito collettivo, e dunque un peso per questa società. I lavori intellettuali sono quelli che vorrebbero fare tutti, giustamente, ma che pochi possono fare. Una visione come quella che proponi presuppone un altro tipo di società. Marx forse aveva ragione nell’aspirazione che deve guidare l’uomo nel costruire questa utopia, ma non ha saputo fornire egli stesso (uno dei pensatori più brillanti, a mio parere) una soluzione a questo problema.
    In Italia i lavori umili, ad oggi, sono svolti dagli immigrati, anche se pare nessuno li voglia. Ebbene, senza di loro la nostra società sarebbe al collasso. Oltre che per questo, anche per altri fattori. L’invecchiamento costante della popolazione, ed in controtendenza con l’andamento mondiale, porterebbe al collasso il nostro sistema previdenziale se non ci fossero gli immigrati, che nella maggior parte dei casi lavorano per poi andarsene, lasciando dunque i contributi a beneficio degli italiani soltanto (ovviamente se anche gli immigrati non lavorano in nero, ma visto il preoccupante ri-espandersi del fenomeno del caporalato, oramai bisogna stare attenti anche a questo).
    Ahimé, le macchine già ci sono, e già aiutano l’uomo in numerevoli faccende. Purtroppo però, una macchina non autonoma comporta l’impiego di un operaio a controllarla, ed anche questo lavoro non è gratificante. Una macchina autonoma invece potrebbe drammaticamente sostituirsi all’uomo in prospettive sociali inimmaginabili (ma non troppo lontane dai classici film holliwoodiani sulla ribellione dell’IA).
    Fino ad ora dunque rimane un solo punto fermo: il pensiero di Marx, che tu giustamente rivaluti come me, e che è stato troppo in fretta accantonato da chi pensa che lui fosse solo l’artefice del comunismo.

  5. ilForna scrive:

    purtroppo per il povero marx il suo nome sarà per sempre legato ai crimini dei regimi socialisti, e sovietici e asiatici, che della sua utopia ben poco condividevano: nemmeno il nome di comunista, per loro stessa ammissione :P
    e per quanto abbia sicuramente sbagliato calcoli e previsioni, nondimeno ha fatto galileo. il secondo continuiamo a chiamarlo padre della scienza moderna, forse un giorno faremo lo stesso con il povero marx :P
    l’orizzonte sociale che intendevo io era proprio quello delle macchine pensanti, sufficientemente autonome da sostituirsi all’uomo praticamente in tutto. se ogni lavoro potrà essere sostituito (sì certo, è fantascienza ancora! ma vent’anni fa un giga di hard disk aveva un prezzo strabiliante, ora li contiamo a centinaia: questo mi fa ben sperare per ogni campo della tecnica), non avremo più nemmeno la necessità di lavorare :) non ci sarà un peso che la società dovrà sostenere, perché lo avremo scaricato sulle macchine. e l’unico costo delle macchine è spaziale ed energetico. il primo non mi sembra così imponente, il secondo con l’accorto uso di risorse rinnovabili è sostenibile.
    il problema a quel punto diventerebbe l’espansione virulenta del genere umano. occorre senz’altro un controllo ferreo delle nascite, il quale avviene naturalmente in società evolute: quante famiglie conosci con più di tre figli? due figli sono il numero adatto per non avere variazioni, uno porta alla diminuzione.
    oltre a ciò avremmo l’ipotetico problema alla terminator di macchine autocoscienti e ostili. oppure macchine ribelli e indistinguibili come quelle di blade runner. asimov aveva anticipato il problema dando come soluzione le tre leggi della robotica. nondimeno, nei suoi racconti come anche nella saga di dune, l’umanità decide di bandire e distruggere tutte le macchine a figura d’uomo :)

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